EDITORIALE

Letture italiane

C’erano una volta i libri…

  

Prima della diffusione capillare della televisione, dello sbarco sulla luna, del terrorismo di destra e di sinistra; prima degli anni di piombo, dei figli dei fiori; prima del televisore a colori e di Drive In; prima della caduta del muro di Berlino, di Tangentopoli, delle stragi di mafia, di Berlusconi, di Clinton; prima dell’11 settembre, della guerra in Iraq, e prima della crisi economica e dei terribili attentati che spaventano l’Europa, c’era un pugno di libri, i libri dell’Italia unita. Chi li ricorda più? Erano libri, in prosa e in poesia, che chiunque sapesse leggere e scrivere conosceva; ed erano il piccolo patrimonio in comune di una nazione assai precaria, tanto era, ed è, la nostra. Se nello spazio immaginario della geografia politica si insegnava a disegnarla come uno stivale, in quello ideale della letteratura si imparava a memoria: «una d’arme, di lingua, d’altare, / di memorie, di sangue e di cor». Si leggevano, quei libri: e in quei versi e in quei romanzi si vedevano le disavventure di un popolo oppresso, di grandi uomini liberi che lo avevano amato, che avevano combattuto per farlo unito e sovrano fino alla prigionia, o alla morte.

Si leggevano, e intanto, inavvertitamente, quand’anche in disaccordo con essi, i lettori di quegli stessi libri si ritrovavano legati tra loro da un filo sottile, che era un senso vago di comunità: e capitava allora che quelle rivolte fallite, quei sotterfugi sventati, quelle lotte, quelle torture e quelle condanne, ma anche quei sentimenti, quelle accensioni dell’animo, quegli entusiasmi di cui si leggeva in quei libri, si illuminassero di una luce improvvisa, un po’ tenue, retroversa a distanza di un secolo. Seppure per vie traverse, riuscivano insomma a costituire un orizzonte condiviso, a stabilire un legame nel presente pur appartenendo a un lontano passato, e a realizzare retroattivamente quanto auspicavano di fare nel loro tempo. Purtroppo l’Italia si fece con i Savoia, che soffocarono nel sangue le rivolte dei briganti, e né la politica né quei libri bastarono, nei decenni successivi, a farci nazione; «perché non siam popolo, perché siam divisi», e perché gli italiani hanno sempre avuto una ben più lunga e tenace tradizione di analfabetismo che di unità nazionale. Ci volle la televisione per unirci, e si vede. Quel che oggi resta è il pallido ricordo di pochi titoli, la gran parte risalenti all’Ottocento, che nessuno legge più, fatta eccezione per i Promessi sposi, che però è tenuto in vita artificialmente dalla scuola, e se così non fosse gli studenti lo aggiungerebbero allegramente al novero dei fossili. Chi vorrebbe abolirne la lettura nei programmi scolastici non si rende conto di quanto sia prezioso poter ancora parlare con qualcuno di un libro dando per scontato che lo conosca, e non soltanto per sentito dire. Internet e la televisione on demand faranno definitivamente piazza pulita del nostro concetto di comunità. Nel frattempo, quest’estate, approfittatene per comprendere e rivivere quelle emozioni, quei sentimenti che fecero palpitare ben più di una generazione di giovani, comprese quella di vostro padre o di vostro nonno. Leggetevi Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, oppure, costretti in casa da un acquazzone estivo, la Storia dei Mille di Cesare Abba. Se volete andare sui versi, invece, consiglio la bella antologia a cura di Amedeo Quondam, Risorgimento a memoria: le poesie degli italiani, per rispolverare i nomi di Fusinato, Poerio, Mercantini. Un altro bel libro, da consigliare a chi invece nutre grande pietà umana e compassione, è Le mie prigioni di Silvio Pellico. Nonostante il titolo, sappiate che non è poi così pesante e che la vita in prigionia resta piuttosto sullo sfondo, essendo l’intero romanzo un’occasione per il suo autore di parlare della confessione religiosa maturata nei quasi dieci anni trascorsi fra il carcere di Santa Margherita e quello, terribile, dello Spielberg. A tratti retorico, ma sotto la patina dell’epoca si vede la verità di chi ha vissuto un’esperienza incomunicabile e cerca le parole per raccontarla. Una piccola chicca che riguarda il rapporto di Pellico con il caffè strapperà un sorriso a chi, come noi, ha rinverdito ultimamente la propria passione per Twin Peaks. Unico avvertimento: un libro intitolato Le mie prigioni male si accompagna alla spiaggia e all’ombrellone. A meno che non amiate i paradossi…

 

Ippolito Nievo, Le confessioni di un italiano, a cura di P. Ruffilli, Milano, Garzanti, 2007.

Giuseppe Cesare Abba, Storia dei Mille narrata ai giovinetti, Milano, Bompiani, 2010.

Amedeo Quondam, Risorgimento a memoria: le poesie degli italiani, Roma, Donzelli, 2011.

Silvio Pellico, Le mie prigioni, prefazione di Luciano Canfora, Milano, BUR Rizzoli, 2011.

 

Marco Capriotti
Marco Capriotti
stilemaschile3@gmail.com

É nato a San Benedetto del Tronto il 14 aprile 1991. E’ iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia (Università di Roma “La Sapienza”). Le sue passioni sono la poesia e il mondo dello stile classico maschile.

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