Ec-citazioni selvagge: il Bene e il nulla

O dello specchio rotto di Narciso e dell’impossibilità della conoscenza.

 

Oscar Wilde era prima di tutto un filosofo, un critico (“Critico come artista”, lettura irrinunciabile), un dandy, prima che scrittore.

Ha anticipato molte delle tematiche chiave del Novecento, dalla costruzione dell’ individualità al rapporto dell’Io con l’immagine, dal conflitto artista/società alla condanna dell’opinione pubblica omologatrice e mediocre.

Vediamo in questo breve avvicendarsi di (ec)citazioni e contro (ec)citazioni, di accostamenti e di argomenti, come e perché.

Wilde non era un grande scrittore. Non è passato (fermato, dato una volta per tutte come si deve ai Classici) alla storia per le sue commedie. E neanche per i suoi apologhi o gli aforismi o le battute.

Wilde è stato oggetto di centinaia di pubblicazioni critiche, in tutto il ‘900 perché è Wilde.
Non bisogna scrivere/indossare/comprare un capolavoro ma esserlo. Essere un capolavoro mancato, chiosava Carmelo Bene (che ha, come vedremo, moltissime analogie con Wilde, seppur separati da quasi un secolo), ma pur sempre un capolavoro, infatti, aggiunge Wilde: “La vita è un fallimento artistico”.
Per dirla come Montale in “Ossi di seppia”: “Codesto solo posso dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. La mancanza (vedremo poi a proposito della malinconia novecentesca) e l’impossibilità di cambiare come uniche chiavi di lettura dell’esistenza.

“Ho messo tutto il mio genio nella mia vita, non ho messo che il mio talento nelle mie opere”.
E ancora, André Gide: “Non un grande scrittore ma un viveur. Simile ai filosofi greci, Wilde non scriveva, ma conversava.”

“La vita e la letteratura, la vita e la perfetta espressione della vita.”

E infatti, una volta per tutte, dovremmo considerare l’opera come frutto caduto, come rifiuto, del corpo-albero, e non farlo oggetto di tante elucubrazioni. Che poi non avrebbero alcun senso tout court, giacché la conoscenza, e quindi l’analisi o il giudizio di una qualunque ‘cosa’, è mera illusione.

“Non c’è nulla di serio che si possa davvero imparare a scuola”.
La vita come esperienza e non come alfabetizzazione. Non a caso in molti paesi il lavoro si impara facendolo e non sui libri…
Quello che conta è la cultura personale. Questo è l’unico vero ideale dell’uomo, che si deve di-battere in una società in cui fotografiamo “l’assenza completa di intelligenza tra i suoi membri.  Solo così si può garantire la sua sopravvivenza”.
Sommerso da buone intenzioni, sinonimo di cattiva arte e spesso di cattive vite (“tutta la cattiva poesia ha origine da un sentimento genuino”), il cittadino si immedesima nel patetico, nel dolore sentimentale da quattro soldi ma allontana l’intelligente, che per natura non si uniforma ma evidenzia quei buchi neri nei quali potrebbero per sempre sprofondare le illusioni democratiche e quelle tout court dell’esistenza.
A proposito della guerra e del buonismo pedagogico: “… vi sono altri nel nostro tempo che cercano di appellarsi alle semplici simpatie emotive, o a dogmi superficiali di qualche vago sistema di etica astratta. Hanno le loro Società per la Pace, così care ai sentimentalisti, e le loro proposte per un arbitrato internazionale sul disarmo, così popolari tra quelli che non hanno mai letto la storia…”
E ancora: “Sempre con le migliori intenzioni si producono le opere peggiori”
L’intenzione, sia peggiore sia migliore, non esiste perché non ci appartiene se non in nuce. Come l’azione, giacché nessuno è autore di alcunché.
Infatti, l’azione è limitata e relativa. Dall’esito incerto e dalla paternità discutibile.
Noi siamo mossi, non ci muoviamo, siamo agiti, non agiamo, e così via…
Così come il linguaggio genera il pensiero e non il contrario, per dirla alla Ferdinand de Saussure e il suo Corso di linguistica generale. E’ il significante che genera il significato.
Noi siamo parlati, non parliamo. E infatti Borges diceva che non si può parlare se non per citazioni, quei semi che sono cresciuti in noi facendoci pensare che siano nostri…
Scriveva Walt Whitman: “Certo che mi contraddico, sono grande, contengo moltitudini”.

Avete mai pensato, ad un certo punto della vita, agli anni trascorsi ed essere assaliti da un senso di impotenza, di qualcosa che vi è sfuggito, che non ha risposto alle vostre intenzioni/azioni? Ecco di cosa si parla.

“La vita ci inganna con ombre come un burattinaio”

Per questi motivi ogni storiografia e ogni biografia è invenzione drammaturgica.

“L’azione muore nel momento della sua energia. E’ una vile concessione ai fatti… Quando l’uomo agisce è una marionetta.”

“La vita è fatta dal cantore per il sognatore”.

I sognatori cavalcano contro gli uomini di azione.
O, guarda gli uomini di azione cadere (Leonard Cohen, The Traitor)

Si veda la dicotomia atto-azione secondo Carmelo Bene, illuminante in tal senso. E da questo l’impossibilità di fare alcuna storiografia, di scrivere alcuna biografia. Se non aiutati dall’invenzione. (“i giornali informano i fatti non informano sui fatti, ” giacché i fatti li inventano)

(Wilde: “i giornalisti si spiegano con il principio darwiniano della sopravvivenza del più volgare”.)

(A proposito della critica contemporanea e del giornalismo, “La mediocrità che pesa la mediocrità sulla bilancia…”)

 

“A partire dall’introduzione della stampa, e dal fatale sviluppo dell’abitudine alla lettura tra le classi medie e inferiori in questo paese, v’è stata una tendenza nella letteratura a richiamare sempre più la vista, e sempre meno l’udito, che è in realtà il senso che, dal punto di vista dell’Arte pura, dovrebbe cercare di compiacere, e ai cui canoni di piacere dovrebbe sempre conformarsi”.

Carmelo Bene, citando Nietzsche: “Ciò che nel linguaggio meglio si comprende non è la parola, bensì il tono, l’intensità, la modulazione, il ritmo con cui una serie di parole vengono pronunciate. Insomma la musica che sta dietro le parole, la passione dietro questa musica, la personalità dietro questa passione: quindi tutto quanto non può essere scritto. Per questo lo scrivere ha così poca importanza”.

 

Infatti, secondo Wilde, non si studia un’opera d’arte scientificamente, analizzando i movimenti metrici di una prosa, ad esempio.  E vedremo dopo la figura del critico.

“L’Inghilterra ha fatto una cosa, ha inventato e istituito l’Opinione pubblica, che è il tentativo di organizzare l’ignoranza della comunità e di elevarla alla dignità di una forza fisica. Ma la sapienza le è sempre nascosta. ”
Non solo Wilde fu allontanato dall’omologazione democratica e perbenista (democrazia/demagogia) ma tanti altri intellettuali, che per facilità si sono definiti scomodi, come etichette su scatole di fagioli Campbell’s, solo perché portavano alla riflessione (esistono opere d’arte che pongono risposte e opere che fanno domande”. L’elenco, di questi artisti/critici sarebbe lungo. Carmelo Bene è forse stato l’unico con Pasolini, in Italia, a ricoprire tale ruolo e ad avere la  fortuna di essere obliato per sempre.
Il politicamente corretto con l’omologazione conseguente è una pressa che schiaccia e livella tutto al punto di mediocrità più diffuso.

Il mito della scuola pubblica e dell’accesso a tutti e per tutti porta solo orde di analfabeti. La cultura non è mai nozione o conoscenza ma attitudine, talento. O si ha o non si ha. Non si impara. Ci si nasce o si muore. L’eleganza, idem.
(Generazioni di nuovi analfabeti usciti dai corsi di formazione, vedasi sommelier, geometri o parrucchieri che siano)
Perché poi con l’alfabetizzazione (o presunta tale) aumenta anche il pensarsi persona, uomo, addirittura “Io”. Il ‘900 è il secolo dell’Io, della prima persona, dei gesti e degli atti, delle intenzioni e delle azioni.
Ma è soprattutto, il ‘900, il secolo delle mistificazioni.
Aumenta la presunzione dell’individuo. E in questo Wilde ci vede benissimo: pensate ai reality, ai pianti, al “voglio far vedere cosa ho dentro” e ad altri enunciati di banalità sconcertante.
Ma  noi non abbiamo un corpo, siamo un corpo, e questo corpo è mosso e pensato non da noi, ma da ciò che siamo e che a noi sfugge.

Non appena, volendo tentare, scendiamo in noi stessi e, drizzando la conoscenza verso il nostro interno, vogliamo renderci di noi consci appieno, ci perdiamo in un vuoto senza fondo, simili a cava sfera di vetro dal cui vuoto parli una voce, della quale non è possibile trovar nella sfera una causa: e mentre facciamo per ghermire noi stessi, rabbrividendo non afferriamo altro che un vano fantasma” (A. Schopenhauer, Il Mondo come volontà e rappresentazione, IV).

Wilde rimproverava il succitato André Gide per l’eccessivo utilizzo, in scrittura, di Io, io, io…
Ma qual è il più grande romanzo novecentesco, quello che meglio spiega come l’uomo, abbagliato dalle merci e mosso dal desiderio (come uno zombie, si veda citazione in Salomé) se non quell’Ulisse di Joyce in cui per sopravvivere nella metropoli, col suo bombardamento di stimoli, bisogna abituarsi all’ insignificanza… Nell’Ulisse esiste solo un personaggio ‘diluito’ in decine di altri, un io liquido qual è quello del ‘900.

Soltanto attraverso la catarsi avviene quella purificazione nell’arte che eleva il critico/artista a uomo superiore e l’unico degno di una sua individualità.
Perché solo il critico, secondo Wilde riesce a penetrare la bellezza di un’opera per raggiungere la verità estetica.

“La bellezza rivela tutto perché non esprime niente”.
Solo grazie alla catarsi è possibile accedere ad una dimensione più alt(r)a. Solo il critico può farlo.

Estetica che Wilde ha sempre considerato superiore all’etica. Così come è il linguaggio a formare la mente, non i contrario, così la forma ispira l’arte. In sintesi: il corpo è l’anima e la forma è il principio delle cose.

Il critico, colui che ha votato la sua vita a istruire sé stesso, è l’unico dotato di una individualità: non c’è arte dove non v’è stile, non v’è stile dove non v’è unità. E l’unità appartiene all’individuo/all’artista-critico.

Il solo modo di affermare il proprio è ridurlo ad oggetto, come fa il dandy.

Rinunciare all’autenticità dell’ego e, contemporaneamente, alla sua costituzione nell’adesione ai valori condivisi ci porta al punto più caldo della questione: quella dell’identità. E qui siamo proprio giunti al termine della corsa, perché quella del dandy è una liberazione nel vero senso della parola: liberazione da sé stessi e dagli altri. È questo il suo misticismo tutto moderno e sempre attuale. Comprendendo che quando si dice «Io sono…» si dice nient’altro che una bugia, solo così arriva l’unica, vera stangata alla società delle merci: che si comprende che la proiezione del desiderio nel suo oggetto (sia esso un bene materiale, un’idea politica, eccetera: si sarà capita la logica, ormai) è sempre e soltanto un vuoto. Ed è infinito, poiché non si riempie mai, mai si soddisfa. Monetizzare ogni cosa è l’ultimo espediente che abbiamo escogitato per prolungare questa illusione: che desideriamo davvero l’oggetto quando in realtà esso ci sfugge costantemente, e noi non facciamo altro che allontanarlo ogni volta che tentiamo di avvicinarlo. Noi non lo possediamo mai veramente, caso in cui smetteremmo di desiderare.

“Nella vita ci sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerla.”
Ancora ritorna il tema della mancanza.

Qui andrebbe introdotto il tema della malinconia come sentimento proprio del ‘900, che si manifesta come un lutto, “principalmente quando questo riguarda un oggetto investito narcisisticamente, cioè quando riguarda un investimento pulsionale su un oggetto che può essere ricondotto a caratteristiche o attributi propri della persona. Per cui nella perdita della melanconia è l’Io a sentirsi svuotato e non la realtà esterna, come avviene nel lutto.”

In una società in cui tutto è luce e tutto attira, come abbiamo visto con l’Ulisse di Joyce, siamo tutti un po’ flaneur (figura chiave di Baudelaire e poi di Benjamin), vagabondi stupefatti di fronte alle vetrine, incantati e ammaestrati. Il flaneur è un gentiluomo che vaga per le vie cittadine provando piacere ad osservare, senza agire, rimanendo perennemente dietro una vetrina, vera o simbolica.

(il film Zombie, del 1968 parla proprio di questo, di soggetti senza volontà che si aggirano per soddisfare le proprie pulsioni primarie. Paradigmatica è la scena nel supermercato, tempio del consumismo).

S-PUNTI DI VISTA: ALLO SPECCHIO

E-spunti per riflessioni future

SPECCHIO ALLA BASE DEL ‘900, LEGATO ALLA COSTRUZIONE E ALL’IDENTITA’

NON A CASO, IL MEZZO ESPRESSIVO DEL ‘900 E’ IL CINEMA IN CUI COME NELLO SGUARDO NON SI VEDE LA FONTE DELLA LUCE E SI E’ COME ALLO SPECCHIO, COME LA PSICANALISI HA GIUSTAMENTE SPIEGATO(CINEMA E PSICANALISI DI CRHISTIAN METZ). IL CINEMA SI FA SGUARDO, IL NOSTRO, SOSTITUENDOLO.

RAPPORTO CON LO SPECCHIO

MITO/MITI DI NARCISO

LO SPECCHIO PERMETTE: VEDERE LA NASCITA DELLO SGUARDO, LA FONTE DELLA VISIONE

OGGETTIVIZZAZIONE DEL SOGGETTO

IL DANDY TRASFORMA SE STESSO IN COSA, “coaseificazione” del soggetto, che si fa simulacro. Come una parola che rimane significato senza significante, come un’azione che non rimanda ad alcun atto.

RAPPORTO SOGGETTO E OGGETTO

MERCE E COMPRATORE nella società consumistica (zombie)

VERSIONE DI WILDE IN CUI E’ IL RUSCELLO A SPECCHIARSI NEGLI OCCHI DI NARCISO

IMPOSSIBILITA’ DELLA CONOSCENZA: PIU’ CI SI AVVICINA ALL’OGGETTO DA INDAGARE E PIU’ SI VEDE SFOCATO. GUARDATEVI ALLO SPECCHIO SEMPRE PIU’ VICINI, VICINI, VI-CI-NI… E’ UN LENTO SCOMPARIRE, ALTRO CHE CONOSCENZA!

E INFATTI NARCISO VOLEVA COSI’ TANTO CONOSCERSI CHE E’ CADUTO NELL’ACQUA.

SPECCHIO IN SALOME’:
“Bisogna guardare soltanto negli specchi. Perché gli specchi ci mostrano soltanto maschere” (Re Erode)

ALLA FINE DI CIO’ COSA RIMANE SE NON LE ILLUSIONI? POCO ALTRO. NOI POSSIAMO SOLO CERCARE DI VIVERE, ISTRUENDO NOI STESSI, ISPIRATI SOLO DAL NOSTRO SENSO CRITICO, MOSSI SOLO DALLA VOLONTA’ DI ELEVARSI SOPRA LA MASSA MEDIOCRE ATTARAVERSO LA BELLEZZA DELL’ARTE  MA BEN CONSAPEVOLI CHE:

(CITAZIONE DELL’INCIPIT DI SALOME’ DI CARMELO BENE)

NON C’E’ ALTRO AMORE CHE L’AMORE DI DIO

NON C’E’ ALTRO AMORE CHE L’AMORE

NON C’E’ ALTRO AMORE

NON C’E’ ALTRO.

fine

Alfredo de Giglio
alfredo de giglio
direttore@stilemaschile.it

20 anni di esperienza nella comunicazione, nel giornalismo e nel marketing. È stato capo Ufficio Stampa di multinazionali come Hilton International e Avis Autonoleggio; ha creato e sviluppato progetti di comunicazione per BAT, Manifatture Sigaro Toscano, Corpo Forestale dello Stato e molte altre aziende. In campo giornalistico, è stato Direttore Responsabile di alcuni magazine. Autore di numerosi articoli per testate nazionali su argomenti quali lifestyle, travel, cinema. Nel 2010 fonda Stilemaschile per dare a tutti gli uomini eleganti qualcosa da leggere, finalmente...

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