Paul Celan. Intravedere assenza

«Wahr spricht, wer Schatten spricht»

(Dice il vero, chi dice ombra. Paul Celan)

Chiariamolo subito: il cognome si pronuncia “tsélan”, non “selàn”. Il nome invece va letto così com’è scritto: Pàul. È importante pronunciarlo bene. Un nome porta con sé storia, respiro e destino di un uomo, è tutto ciò che ci resta addosso da-per-sempre. Paul Celan. La sua ancor oggi scarsa fama (in Italia) rende necessario dire anche che si tratta di un poeta, uno dei più importanti del secondo dopoguerra. Ma basti questo. Parlare di un uomo è difficile. È il problema che impone ogni biografia. (Delle autobiografie, poi, meglio non parlarne affatto). È nato, è morto… A me, da uomo insomma, spaventa l’idea che un giorno sarà questo anche di me,una rassegna di fatti. Quale morto (Quale assente)? E noi riduciamo così un uomo? Talvolta il campo di concentramento siamo noi, i vivi. Curioso poi, perché speculiamo sul nulla: Paul Celan, pseudonimo; anagramma di Paul Antschel,(“àntsel”). È tutto un gioco di scatole cinesi, ma a perdere. Forse sarà pur vero che nell’al-di-là della costruzione stia la struttura: ma l’uomo, (lo ripeto per non dimenticarlo), la Poesia (è tutt’uno), «fugge innanzi». Come Lenz, protagonista del racconto omonimo di Büchner, che Celan elesse a suo alter ego:

«Eppure la Poesia tenta […] di percepire la figura nella direzione che le è propria, la Poesia fugge innanzi. Noi ben sappiamo, di lui, dove vada la sua vita, dove sia per andare.

“[…] Nella notte fra il 23 e il 24 maggio 1792 Lenz fu trovato esanime in una delle strade di Mosca. Un nobiluomo si assunse le spese per la sepoltura. Il luogo del suo estremo riposo è rimasto ignoto”.

Così era andata la sua vita.

Egli: l’autentico, il Lenz büchneriano, la büchneriana figura, la persona che avevamo avuto modo di conoscere nella prima pagina del racconto, il Lenz che “al 20 di gennaio andava attraverso i monti”, egli – non l’artista, non il disputante su cose dell’Arte, egli in quanto un io».

Con Lenz la comunanza sta nella negazione: anche Celan fu trovato esanime chissà quanto tempo passato dal gesto. Era sulla Senna, portato via dalla corrente. Così era andata anche la sua vita.

Un doppio movimento, che da Celan va a Lenz e ritorna poi indietro. Inspirare espirare. Nel punto di svolta si situa l’incontrotra i due, quel momento in cui la vita dell’uno si rivela alla luce dell’altra: un suicidio che fiorisce da un annuncio o un annuncio che fiorisce da un suicidio. La matassa è inestricabile e sidipanaa ritroso. Atemwende, “svolta del respiro” la chiama Celan, ed è anche il titolo di una sua raccolta.

«Poesia: ciò può significare una svolta del respiro. Chi può saperlo? La Poesia percorre forse il cammino – anche il cammino dell’Arte – proprio in vista di una simile svolta?».

È la Poesia il luogo in cui Lenz (Georg Büchner) e Celan (Paul Celan) s’incontrano; così come è la Poesia il luogo di tutti gli incontri possibili, infuturati-prossimi-inattuali,tra io e tu (ma ognuno dei due: chissà quali!),poiché occupabile:

«La parola in una poesia è occupata solo parzialmente dai vissuti dell’autore; un’altra parte viene occupata con vissuti dalla poesia; un’altra ancora rimane libera, ossia occupabile».

«Io non vedo nessuna differenza di principio tra una stretta di mano e un poema».

«Il poetare non sta tanto in rapporto al tempo, quanto a un tempo universale».

Altro incontro di Celan, stavolta più letterario che letterale, quello con Osip Mandel’štam, con il quale (paradosso della Poesia) condivide la propria individuazione radicale.

«Le venti poesie del volume La pietra sconcertano.

[…] Qui la poesia è la poesia di colui che sa di parlare sotto l’angolo d’incidenza della sua propria esistenza, sa che il linguaggio della sua poesia non è né “corrispettivo verbale” né verbo in assoluto, bensì linguaggio attualizzato, sonoro e sordo a un tempo, liberato nel segno di un’individuazione indubbiamente radicale, ma, allo stesso tempo, anche consapevole dei limiti che la lingua gli impone, delle possibilità che la lingua gli dischiude».

L’inattualità di Celan potrebbe (dovrebbe) essere qui riversata per intero.

«Le poesie sono progetti esistenziali: il poeta vi modella la sua vita».

La volontà può afferrare soltanto ciò da cui siamo trascinati. Essa esiste (Noi esistiamo) in quanto manchiamo a noi stessi. E se «lo stile è l’uomo»…:

«Signore e Signori, al giorno d’oggi è di voga rinfacciare alla Poesia la sua “oscurità”. Mi consentano, a questo punto, senz’altri indugi – ma poi non si è forse aperto qui uno iato? – mi consentano di riportare un detto di Pascal, un detto che lessi in Leo Schestov qualche tempo fa: Ne nous reprochez pas le manque de clarté puisque nous en faisons profession! – Questa, credo, è la – seppur non congenita – oscurità che è propria della Poesia, in vista di un incontro che muove da una distanza o estraneità che essa stessa, forse, ha inteso progettare».

«La poesia è in quanto poesia oscura, è oscura perché è poesia. […] La poesia vuol essere compresa, vuole proprio perché è oscura essere compresa: come poesia, come “buio poetico”. Ogni poesia reclama dunque comprensione, voler comprendere, imparare a comprendere».

Celan insegna in primis a fare prova d’umiltà: «qui l’omaggio è reso a quella maestà che testimonia la presenza dell’umano, alla maestà dell’assurdo». Bisogna chinare la testa e leggere. Ogni poesia è una pausa del respiro, ogni poesia è una stazione di un cammino: «l’attenzione è la preghiera spontanea dell’anima». È per questo che solo in conclusione può esser mostrata la strada, rimessa in forse ad ogni istante, che conduce all’unica fonte possibile, sempre a una croce vuota:

 

KRISTALL

Nicht an meinen Lippen suche deinen Mund,

nicht vorm Tor den Fremdling,

nicht im Aug die Träne.

Sieben Nächte höher wandert Rot zu Rot,

sieben Herzen tiefer pocht die Hand ans Tor,

sieben Rosen später rauscht der Brunnen.

 

CRISTALLO

Non cercare alle mie labbra la tua bocca,

non davanti alla porta l’estraneo,

non dentro l’occhio la lacrima.

Sette notti più su migra rosso al rosso,

sette cuori più giù bussa la mano alla porta,

sette rose più tardi mormora la fontana.

 

 

 

Marco Capriotti
Marco Capriotti
stilemaschile3@gmail.com

É nato a San Benedetto del Tronto il 14 aprile 1991. E’ iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia (Università di Roma “La Sapienza”). Le sue passioni sono la poesia e il mondo dello stile classico maschile.

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