L’innocente capolavoro

È vero: d’Annunzio, talvolta, non si fa leggere. Tanti lo accusano di un’eccessiva facondia, di superficialità e di una grandeur posticcia: e a rileggersi certe cose, soprattutto poetiche (Elettra, Merope), ma anche teatrali (La Gioconda, Più che l’amore) e in prosa (Le vergini delle rocce, e in parte il Notturno), come dargli torto? Le lungaggini pseudo-epico-liriche, la retorica esibita, certa fascinazione similsimbolistica, spesso più pretesa che reale – e non parliamo dei veri e propri deliri, quelli sì, soltanto demagogici e roboanti, sulla bellezza della guerra e dei “lavacri di sangue” –, ecco, alla leggibilità di d’Annunzio oggi, tutto questo non fa proprio così bene. Per riuscire a perdonargli certe sparate, bisogna, come la moglie con il marito, esserne davvero innamorati, ma innamorati tanto; perché altrimenti, diciamo così, lo si caccerebbe di casa a pedate, a quella faccia di bronzo.  D’altra parte, sul suo carattere si raccontano cronache non poi così indegne di questa immagine: e in particolare quella secondo cui il poeta, vista per la prima volta la leggendaria Eleonora Duse e invaghitosene, a teatro, pare la pedinasse dietro le quinte e la raggiungesse in camerino, ingiungendola che giacesse con lui la notte stessa: la reazione immediata, nel breve termine almeno, si narra fosse un rifiuto dai toni non proprio pacifici. Si era nel 1882, d’Annunzio aveva diciannove anni, la loro storia d’amore tanto chiacchierata era ancora di là da venire: il ripensamento sul conto di quel giovane elegantissimo, raffinato, sì; ma pur sempre un po’ rustico e spavaldo, un po’ maschio un po’ peacock, da abruzzese sprovincializzato qual era, ci sarà soltanto dodici anni dopo. Ma se Tullio Hermil, protagonista dell’Innocente (1892), magari reduce da uno dei suoi ennesimi tradimenti con la voluttuosa Teresa Raffo, fosse stato accolto con piglio un po’ più deciso dalla moglie Giuliana e preso anche lui, come il suo autore quella sera in camerino, a pedate sull’uscio, la storia di questo bel romanzo, che regge ancora benissimo il secolo e passa che si porta sulle spalle, non avrebbe mai avuto inizio, e la sua lettura non l’avremmo proprio potuta consigliare. Ora, va da sé, chi ne ha già gustato le grazie – stinte, mai in colori accesi, in “gridellino” piuttosto, in rosa e in grigio, come Villalilla e i suoi fiori, o il tailleur di Giuliana, ardito, indossato senza corsetto – sa bene che la signora Hermil, Giuliana appunto, da brava modella di gusto decadente, e cioè costantemente malata e debilitata, ma proprio per questo affascinante, mai sarebbe in grado di opporsi al suo voluttuoso marito, Tullio. Tullio, nel quale è facile rivedere certi tratti del d’Annunzio uomo, donnaiolo inveterato, ma che nella continua ricerca di voluttà non fa che ricercare, in fondo, un affetto materno-sororale, la comprensione femminile – ovvero, alla fine della storia, nient’altro che coccole. Nel costruire il suo personaggio, Gabriele lo rende troppo ricco di sfumature per non dare l’impressione di averci messo dentro qualcosa di sé. A differenza dell’abruzzese, però, Hermil non è un provinciale: è un esteta urbanissimo e nevrotico; è un personaggio già quasi novecentesco, scisso tra una personalità forte, attiva, volitiva e una debole, paralitica, eccessivamente raziocinante. La seconda, in verità, tanto sbandierata nel romanzo, non deve essere poi così radicata nella sua psicologia se alla notizia della gravidanza di Giuliana cui lui evidentemente non può aver partecipato, Tullio reagisce dapprima usandole violenza, e poi gettandosi in una cavalcata folle sul vertiginoso crinale di un fiume infossato, sprezzante del pericolo e della paura della morte. Indici di una personalità nient’affatto debole, non paralitica né, purtroppo, eccessivamente raziocinante. Ma la vicenda del mancato duello con Filippo Arborio, lo scrittore psicologo e sofista, manipolatore del debole cuore e della debole mente di Giuliana, padre del figlio illegittimo, è una vicenda chiaramente soggetta a un principio di abbassamento già proto-novecentesco (e basti ripensare al suo doppio speculare, al duello del Piacere, quello invece sì, esibito e anzi centrale per la vicenda: e si misura tutto lo scarto maturato nel frattempo dall’intera cultura europea fin de siècle). Ciò nonostante, e soprattutto nella decisione di sbarazzarsi del neonato innocente, appunto, ma figlio di un’inaccettabile infedeltà, c’è ancora del mélo nell’animo di Tullio: personaggio non abbastanza borghese da comparire in un romanzo di Svevo, non abbastanza ridicolo da meritarsi un posto in una novella di Pirandello, troppo intenso nelle sue pose e nei suoi drammi interiori. Sarà però per loro un prototipo  – e non solo per loro: ai più attenti non mancherà di notare nel romanzo già immagini, atmosfere, effusioni (quando non interi sintagmi) del migliore Gozzano. Tanto più, allora, rendiamo giustizia a d’Annunzio, e diciamo che possiamo addirittura essere d’accordo con Borgese quando scrisse che L’innocente era secondo lui l’“unico vero romanzo” dello scrittore abruzzese: magari non conveniamo con altrettanta severità (rispetto a Il fuoco, ad esempio, ci sarebbe da discutere), ma di certo ci ritroviamo nello stesso sguardo di chi, pur tra i mille legittimi dubbi che abbiamo esposto all’inizio, vede stagliarsi un indubitabile capolavoro. Leggetelo.

Gabriele d’Annunzio, L’innocente, a cura di M. T. Giannelli, Mondadori, Milano, 2002.


Un fotogramma del film di Luchino Visconti tratto dal romanzo di D’Annunzio, con Giancarlo Giannini e Laura Antonelli.

Marco Capriotti
Marco Capriotti
stilemaschile3@gmail.com

É nato a San Benedetto del Tronto il 14 aprile 1991. E’ iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia (Università di Roma “La Sapienza”). Le sue passioni sono la poesia e il mondo dello stile classico maschile.

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