Poltrona e vestaglia

«Ero stanco di veder soffrire gli uomini, gli animali, gli alberi, il cielo, la terra, il mare, ero stanco delle loro sofferenze, delle loro stupide e inutili sofferenze, dei loro terrori, della loro interminabile agonia. Ero stanco di aver orrore, stanco di aver pietà. Ah, la pietà! Avevo vergogna di aver pietà. Eppure tremavo di pietà e di orrore». (Curzio Malaparte, La pelle, a cura di C. Guagni, G. Pinotti, Adelphi, Milano, 2010)

 

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Il Novecento accoglie i nomi di un discreto numero di scrittori ingiustamente dimenticati, la cui memoria è stata affidata a brevi trafiletti nelle storie letterarie o relegata al pregiudizio della moltitudine. I motivi di questa rimozione, se non talora di vero e proprio ostracismo, sono risaputi (l’appartenenza politica) ma ancora duri a morire; complice un atteggiamento, tipicamente italiano, di sospetto a priori verso ogni novità, ogni modificazione dell’esistente, e di perpetuazione acritica di tutte le abitudini, tanto più di quelle cattive.

 

Solo in anni recenti alcune case editrici hanno compiuto la coraggiosa scelta di ripubblicare alcune opere di questi outsider, dopo un lungo periodo in cui esse sono state contese da piccoli editori indipendenti i quali, seppur involontariamente, hanno contribuito a donar loro quasi un’aura di semiclandestinità, di esoterismo. E in parte è stato questo il destino di La pelle (1949) di Curzio Malaparte, al secolo Kurt Erich Suckert (1898-1957).

 

Recentemente ripubblicato dalla Adelphi, esso costituisce il seguito ideale del precedente Kaputt (1944), pure riedito oggi per i tipi adelphiani, ma può esser tranquillamente letto a sé stante, poiché tra i due non vi è continuità se non cronologica. Kaputt narra infatti delle vicende vissute dallo scrittore durante i primi anni della seconda guerra mondiale, mentre La pelle si ambienta nei suoi ultimi mesi.

 

Definire in breve La pelle è difficile. Figuriamoci poi consigliarlo. È un romanzo grottesco, a tratti assai crudo, per stomaci forti. Nella Napoli in cui è ambientato hanno luogo le peggiori abiezioni morali e materiali che si possano immaginare, le donne vendono i propri corpi a peso, le madri vendono i propri figli per un pacchetto di sigarette, i soldati americani vanno a frotte a toccare, increduli, il sesso di una ragazza vergine; mentre gli uomini vendono “parrucche” bionde da apporre al pube delle giovani napoletane, perché ai neri della U.S. Army «piacciono le bionde, e le napoletane sono brune».

Non se la prendano i partenopei: sono scene assurde, frutto di una realtà deformata, o per meglio dire sfigurata. Della vera Napoli, qui, non si trova nulla: il popolo napoletano è semmai uno dei tanti popoli sconfitti dalla guerra, tornato all’”anno zero” della civiltà dopo tante morti e distruzioni. Piuttosto, la città fa da sfondo all’esperienza autobiografica dello stesso Malaparte, che è anche il protagonista del romanzo, e che in quegli anni a Napoli era per davvero: ma è complicato districarsi, nei passaggi meno manifestamente orrorosi, tra verità e finzione.

In più di un’occasione, c’è da dirlo, lo scrittore indulge nell’orrido più del necessario, anche quando è già lampante il suo valore evocativo e metaforico della condizione umana; e, addirittura, quando si è già percepito un senso del tragico, avendola tirata un po’ per le lunghe. Ma Malaparte è così: è una bestia ferita che urla e si lamenta, che a volte esagera e si mette in posa, ma è pur sempre una bestia ferita a morte.

A muoverlo è la pietà profonda e assoluta per l’umanità, vittima di un male incurabile: la «peste» che vede imperversare nella città e nel mondo e negli uomini, il bisogno di scendere a compromessi per vivere, la sofferenza che ne proviene. Malaparte la odia, la sofferenza: odia il dolore, tutto il dolore, e vi si scaglia rabbiosamente contro rappresentandolo come un monstrum horrendum, informe, ingens, senza esclusione di colpi, tirando in ballo tutto lo scatologico e lo schifoso di cui è capace. Per questo lo sconsigliamo ai minori di diciotto anni.

Ma per il senso di pietà e di amore che ne scaturisce, per la moralità che lo anima (la scena in cui arriva a Milano e vede Mussolini «appeso per i piedi a un uncino» «gonfio, bianco, enorme» e si mette a vomitare, super partes), per certe memorabili descrizioni, come l’ultima eruzione del Vesuvio nel ’44, La pelle è un libro da leggere “a cuore aperto”, per usare un’immagine malapartesca, e lo raccomandiamo a tutte le età.

 

Marco Capriotti
Marco Capriotti
stilemaschile3@gmail.com

É nato a San Benedetto del Tronto il 14 aprile 1991. E’ iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia (Università di Roma “La Sapienza”). Le sue passioni sono la poesia e il mondo dello stile classico maschile.

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