Un pop di D’Annunzio

Se una vita interessante è quella su cui non si finisce mai di interrogarsi e finanche polemizzare, allora va riconosciuto che l’esistenza di Gabriele D’Annunzio è stata senz’altro una tra le più interessanti di quell’epoca nevralgica allo snodo tra l’Ottocento e il Novecento.

 

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E interessante è forse dir poco, poiché sul Vate pescarese si è scritto e – a centocinquant’anni dalla nascita – si scrive ancor oggi molto più di quanto il peso che ufficialmente gli si riconosce nell’economia nazionale delle Lettere lasci a intendere.

 

Del resto, D’Annunzio è per molti versi un problema irrisolto della cultura italiana. Amato e odiato già nel corso della sua vita avventurosa e avventurista, Natalino Sapegno scrisse di lui: «Non si può tacere che il posto che gli compete è piuttosto tra i minori, che non fra i grandi; e sia pure fra quei minori che lasciano una forte impronta nel gusto del loro tempo e magari determinano con il loro esempio un mutamento essenziale del gusto». Pur senza rivedere sostanzialmente il verdetto negativo che la critica letteraria italiana aveva emesso sull’«immaginifico artiere», Sapegno ci fornisce un’importante chiave di accesso alla comprensione del poeta abruzzese. Perché, sebbene ritenuto poeta minore, gli si riconosce la capacità – non secondaria, a ben vedere – di orientare i gusti culturali. In altri termini, con D’Annunzio nasce (o meglio, si formalizza) l’immagine di un italiano diverso, sostanzialmente distante dalle retoriche e dalle estetiche risorgimentali e – soprattutto – proiettato verso una nuova percezione del rapporto tra individuo e massa, tra letterato e pubblico.

 

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La pietra dello scandalo, in fondo, è questa: D’Annunzio era artista caratterizzato da una sostanziale ambiguità nel suo rapporto con le forme estetiche. Per molti versi, egli appariva ai suoi contemporanei come un fenomeno ai limiti della letteratura. Il suo rapporto con l’arte sembrava a essi privo della sacralità scaturente dall’adesione a un assoluto universale, da una ideologia purista dell’agire artistico. In altri termini, D’Annunzio era per costoro l’immagine vivente di quel processo di mercificazione che aggrediva le espressioni dello spirito umano nell’età della mercificazione industriale.

Eppure, è proprio il rapporto “ambiguo” tra l’idea di arte e le modalità della vita moderna che ai nostri occhi rende D’Annunzio estremamente interessante e perfino attuale. Poiché questa ambiguità fra tradizione e modernizzazione spiega il personaggio, facendocene comprendere meglio l’habitat e il contesto, illuminando alcune zone d’ombra che ancora rivestono le sue opere più famose e celebrate. Ma anche motivando le “oltraggiose” incursioni del poeta nelle espressioni più tipiche della cultura di massa: la canzone popolare, il cinema, la pubblicità.

 

 

Sia chiaro, D’Annunzio non è il solo artista che si muova in questa direzione. Basti pensare al suo contemporaneo Toulouse-Lautrec, che per mantenere il proprio “dissoluto” stile di vita non esitava a realizzare i manifesti della grande affiche pubblicitaria che arredava lo spazio visivo della metropoli parigina alla chiusura del secolo XIX. Ma D’Annunzio si spinge ancora più in là, duellando a distanza ravvicinata con l’idealismo crociano e forzando le interpretazioni dell’autenticità artistica sino a fare del proprio corpo l’opera in sé. Da questo punto di vista, tutte le azioni politiche del Vate appaiono parte di una sofisticata e moderna strategia di marketing: dalla presa di Fiume all’edificazione del Vittoriale – rifugio privato ma al contempo proiettato all’esterno, verso il pubblico, simile a un monumento funebre “in vita” –, tutta la biografia di D’Annunzio è scrittura in atto di un personaggio, sceneggiatura di un’esistenza votata all’estetismo e ai suoi valori.

 

 

Per questo non costituisce una contraddizione il fatto che il più acclamato personaggio dell’arte italiana a cavallo tra Ottocento e Novecento si sia mosso – in ciò assai moderno e internazionale – dentro a un orizzonte artistico che si estende dalla magnificazione dell’idea di classicità al “presentimento” dei mass media e dei loro utenti, ovvero il corpo industriale del pubblico di massa. Ecco dunque che D’Annunzio, cultore della musica alta (Beethoven, Chopin, Verdi su tutti) e autore operistico, non disdegna tuttavia di frequentare personaggi come Francesco Paolo Tosti, noto a inizio secolo come il “re della romanza”, per il quale scriverà molti testi, a partire da quello in napoletano – vergato, narra la leggenda, sulla tovaglia di un tavolino del celebre bar Gambrinus – de A’ vucchella.

 

 

Il gusto per la canzone popolare – in specie quella napoletana, che in quegli anni costituiva la punta di diamante dell’industria culturale italiana – è solo una delle trasgressioni che costarono a D’Annunzio l’ostracismo dei critici letterari. Molto intensa fu anche la sua produzione come copywriting pubblicitario, al punto che Paola Sorge – autrice della biografia D’Annunzio. Vita di un superuomo – in un suo studio sul nesso tra artisti e pubblicità dice del poeta che «le sue réclame, confezionate in quantità industriale, potrebbero riempire un intero volume». E lei stessa ne cita molte, redatte in italiano oppure in latino, dai marrons glacés della Premiata Pasticceria Geremia Viscardi di Bologna (per i quali scrisse: «Ella strinse fra le belle dita i marrons glacés e soavemente sorrise…»), passando per liquori, acque minerali, arance di Sicilia e biscotti settentrionali, fino alla nominazione dei grandi magazzini La Rinascente. In tutti questi casi, gran parte della strategia di comunicazione si basa sul pubblico prestigio dell’autore e sul suo essere, contemporaneamente, anche il testimonial del prodotto.

 

A ben vedere, il corpo di D’Annunzio è stato il medium del poeta. E dunque il suo stesso contenuto, potremmo asserire parafrasando il pensiero di Marshall McLuhan. Proprio il Vittoriale, del resto, nel suo rimandare alle Grandi Esposizioni Universali (la spettacolare fantasmagoria della merce estetica), nel suo essere spazio di contenimento ed esibizione di un immaginario fondato sulla sintesi di lusso e lussuria, fornisce lo scenario perfetto per chiudere lo script d’annunziano sulla soglia tra Mito e Kitsch.

 

Tra canzoni, motti pubblicitari e didascalie per film come il Cabiria di Giovanni Pastrone, D’Annunzio ha frequentato tutte le stanze dell’industria culturale, soprattutto in virtù della straordinaria popolarità di cui godeva il personaggio che s’era costruito. Si tratti di artista grande o minore, quindi, interessa in maniera relativa perché non è più quello il punto in questione: checché ne dicesse Sapegno, infatti, ciò che importa è che D’Annunzio sia probabilmente il primo vero artista pop italiano.

 

Sergio Brancato
Sergio Brancato
sergiobrancato@mail.it

Sergio Brancato, sociologo dei processi culturali, insegna presso l’Università di Napoli “Federico II”. Studioso dei rapporti tra media, società e immaginario, è stato anche giornalista e sceneggiatore televisivo. Tra i suoi ultimi libri, “La forma fluida del mondo” (2010) e “Fantasmi della modernità” (2013).

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