Lo stile (non) va in vacanza

Siamo oramai entrati nella stagione più pericolosa dell’anno, per l’uomo che desidera essere elegante. Come resistere e offrire agli occhi inconsapevoli dei più un esempio concreto e virtuoso di stile maschile?

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I tempi – complessi e certamente poco eccitanti – in cui è dato vivere pongono l’uomo al centro di numerose tensioni. Chi sia giunto alla maturità aspira ancora a consolidare le mete che faticosamente ha ottenuto; al contempo, rifugge decisamente l’assunzione di troppe responsabilità. Anela a una tranquillità economica che qualunque onesta professione concede sempre più tardi e, al tempo stesso, convive con un bruciante desiderio di libertà. Sempre più impegnativa e difficile diviene l’acquisizione di un ruolo pieno e convinto nelle principali dimensioni del suo vivere sociale. Il matrimonio e la famiglia, in particolare, non costituiscono più spartiacque tra l’età del disimpegno e quella cd. “della ragione”.

Nell’abbigliamento maschile si osservano tendenze opposte ed egualmente preoccupanti.

Da un lato, è crescente il numero di uomini di mezza età (e oltre) affetti da penose sindromi giovanilistiche che si traducono nel culto esasperato di taluni capi d’abbigliamento: i jeans o i pantaloni a vita bassa entro cui si costringono – evidenziandole ancor di più – pancette e altre inevitabili imperfezioni fisiche; gli indumenti comodi e informali che – traducendo incontenibili smanie di libertà – lasciano spesso intravedere vaste aree di epidermide pelosa e informe; i capi cd. “tecnici” che, dovunque e comunque, richiamano il senso di eroiche avventure, vittorie sportive o imprese estreme (ovviamente solo immaginate, nel comodo tepore dei tinelli, sotto l’ipnotico effetto di giganteschi schermi al plasma). A tali atteggiamenti si affianca il rifiuto di accessori più impegnativi e simbolicamente più rappresentativi della maturità, quali il cappello, la cravatta, il cappotto.

Dall’altro lato, sono sempre più numerosi anche i nuovi (e falsi) dandies che, in nome di improbabili pretese di originalità, si dedicano con disinvolto e cinico accanimento alla rivisitazione dell’abbigliamento classico (molto spesso si tratta di veri e propri saccheggi), alla estremizzazione degli stili, delle dimensioni, delle forme e dei colori, al sistematico disconoscimento dell’etimologia e della storia dei capi che indossano.

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Tra queste due opposte tendenze si colloca la gran massa di coloro che si professano del tutto disinteressati ai propri abiti, limitandosi ad accettare quel minimo di convenzioni che ancora resiste e che ancora suggerisce, ad esempio, di indossare l’abito a giacca e la cravatta per recarsi in ufficio, a un colloquio di lavoro, a un pranzo formale o a una cerimonia. Vi è, in molti di questi uomini, una sorta di rifiuto di considerare l’abbigliamento e il rispetto dei suoi codici come un aspetto importante della vita quotidiana; vi è una qualche vergogna o pudore nel dedicarvi tempo o nel parlarne. In molti casi, questi atteggiamenti – sospesi tra il senso di colpa e la compiaciuta mortificazione del piacere di vivere – tradiscono la ferma convinzione che preoccuparsi dei propri vestiti sia esclusivo appannaggio di vanitosi, superficiali, nullafacenti; di gente, insomma, vuota e inaffidabile.

Sospinto da quelle tensioni, costretto a muoversi tra differenti esemplari maschili (peraltro, di gran lunga più numerosi e influenti), l’uomo di stile, il vero uomo di stile, ha due possibilità: ripiegarsi su sé stesso e, inevitabilmente, soccombere sotto il travolgente avanzare delle nuove tendenze o sotto sferzanti giudizi di narcisistica frivolezza; oppure affidarsi – con orgoglio e silente consapevolezza – ai tradizionali valori e ideali dell’immaginario estetico maschile, alla sobrietà propria dell’eleganza classica, all’armonia che porta a vivere pienamente e naturalmente la vita, ad ogni età, anche attraverso la scelta dell’abbigliamento più appropriato.

L’estate ormai iniziata è, tuttavia, la stagione dell’anno più insidiosa per l’uomo di stile: le temperature elevate e la maggiore propensione al tempo libero e alla vacanza rischiano infatti di attenuare l’attenzione per i presidi estetici cui egli è naturalmente predisposto. Maggiori, inoltre, sono le occasioni di contatto e di confronto con le specie maschili in precedenza citate, di fronte alle quali ogni cura, anche minima, dedicata al ben vestire rischia di risaltare eccessivamente, di assumere un’evidenza innaturale e, nei casi peggiori, di essere additata quale fonte di esecrabile diversità.

Nelle righe che seguono, vorrei fornire modeste indicazioni circa taluni capi d’abbigliamento che considero più adatti ad affrontare le occasioni vacanziere offerte dall’incombente stagione estiva, senza tralasciare le insidie che, come già detto, esse possono riservare.

Occorre innanzitutto precisare che l’uomo di stile non dovrebbe mai vivere la vacanza come un’occasione che autorizzi qualsivoglia mutamento nelle proprie abitudini e attitudini. Come in altre situazioni e stagioni dell’anno, egli semplicemente si limiterà ad adeguare il proprio guardaroba al clima, agli impegni e ai programmi, alle località in cui trascorrerà il meritato riposo, alle attività ricreative in cui sarà presumibilmente più coinvolto.

Non solo le località e le modalità di vacanza, ma anche i capi d’abbigliamento da riporre in valigia saranno diversi a seconda che si vada in vacanza da soli ovvero con la propria famiglia e, in particolare, con bimbi ancora piccoli. In quest’ultimo caso, l’uomo di stile, quand’anche possa permettersi una o più bambinaie cui affidare le incombenze più gravose e fastidiose che la gestione dei piccoli comporta, non rinuncerà a trascorrere buona parte della giornata a contatto con i figli, vivendo tali momenti (più frequenti rispetto agli ordinari periodi lavorativi) come ulteriori occasioni di piacere. Sarebbe perciò auspicabile, per affrontare queste occasioni con la dovuta scioltezza e il massimo del godimento, che la scelta dei capi da indossare scontasse preventivamente un accurato calcolo dei rischi di macchie, strappi o altri tipi di danni. In definitiva, la grazia e l’eleganza di un uomo di stile si misurano anche attraverso la particolare “sprezzatura” con cui egli si mostra in grado di godere, con l’abbigliamento più adeguato, di ogni dono che la vita abbia voluto generosamente concedergli e, tra tutti, di quello – meraviglioso – della paternità.

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Fatte queste premesse, vorrei richiamare l’attenzione su capi  d’abbigliamento particolarmente versatili e dotati di notevole capacità d’adattamento a situazioni diverse. Essi saranno da considerare, in qualsiasi tipo di vacanza, come “irrinunciabili”.

Tra le giacche, il blazer blu occupa un posto privilegiato. In trasparente lana ritorta a due capi, in fresca saglia, addirittura in seta shantung, prevalentemente sfoderato, in versione monopetto (a tre bottoni) o doppiopetto (a sei), con tasche a filo o (meglio) a toppa, bottoni in metallo o in spessa madreperla, esso sarà un fedele compagno nelle occasioni formali (abbinato a pantaloni in tela vaticana grigio medio o antracite), oppure in quelle più mondane ma meno impegnative (con pantaloni in lana o lino nelle gradazioni comprese tra il bianco, il ghiaccio e il beige). Oltre a quelli appena citati, la gamma dei pantaloni da indossare con il blazer dovrebbe comprenderne almeno un paio in tela o cotone rosso (splendidi quelli nel classico Nantucket red), un paio a righe bianche e azzurre in tessuto seersucker e alcuni in cotone chiaro (divertenti anche in colori insoliti come il verde mela, il rosa antico, il giallo limone, il rosso prugna).

L’abito a giacca in lino chiaro, tabacco o in un bel blu non troppo scuro, ha un fascino speciale. Da non sottovalutare, per i soggiorni in campagna, la potenza evocativa della canapa in colori naturali, declinata in abiti interi mono o doppio petto. Nell’indossare i capi appena citati in luoghi di vacanza, tuttavia, occorre una buona dose di disinvoltura (che è uno dei pilastri su cui poggia l’eleganza), onde sopportare con nonchalance inevitabili sguardi curiosi, divertiti o irridenti. Anche le località più rinomate, infatti, sono ormai prese d’assalto da orde di “ciabattanti”, al cui cospetto un abito di tal fatta può far sentire spaesati o fuori luogo.

Altri pantaloni indispensabili in vacanza sono quelli da indossare con la sola camicia. Occorrerebbe farsene confezionare alcune paia in drill di cotone blu, crema o bianco. Ad essi aggiungerei i classicissimi e pressoché indistruttibili chinos, di taglio più sportivo, e alcuni bermuda in drill di cotone chiaro o a righe seersucker con tasca tagliata, pinces e risvolto. In montagna, oltre a quelli in tela o cotone, faranno figura comodi pantaloni in velluto a coste, nei classici colori del bosco.
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È doveroso dedicare qualche cenno specifico ai jeans, che occupano uno spazio più che degno nell’abbigliamento classico. Si tratta di un capo sportivo, da utilizzare in contesti coerenti con la sua natura, abbinandolo a capi altrettanto sportivi e informali (come camicie in tela, giubbini di cotone tipo “bomber”, ecc.). Sembra quasi superfluo ricordare che la linea asciutta e aderente di questi pantaloni ne sconsiglia l’adozione a chiunque non sia dotato di un fisico altrettanto asciutto, plasmato da almeno qualche ora settimanale di attività sportiva. L’uso del blazer blu con i jeans, praticato all’inizio solo da taluni fuoriclasse dell’abbigliamento (tra tutti, l’avvocato Agnelli) e diffusosi rapidamente tra tristi epigoni e “originali a tutti i costi”, mi pare oggi francamente detestabile, al pari dell’orribile verbo “sdrammatizzare” spesso usato per giustificarlo.

Per ciò che concerne le calzature, l’estate – e, in particolare, la vacanza – concede ampio spazio ai mocassini, sia in pelle liscia e suola in cuoio (bellissimi quelli con le nappine), sia in pelle scamosciata e suola in gomma o gommini (gli unici da portare senza calze). Al blazer e ai pantaloni chiari potrà essere efficacemente abbinato anche un bel paio di derby in pelle scamosciata chiara, con suola in gomma rosso mattone. Si tratta di una scarpa che, se realizzata a regola d’arte, mostra una classe travolgente.

In località marine si troveranno a loro agio, indossate senza calze, le intramontabili Superga in lino bianco o blu (ancora meglio se scolorite dall’uso), le espadrillas in colori vivaci, nonché le scarpe da barca, anch’esse in colori decisi e fondo chiaro. Zoccoli, infradito e altre tipologie di ciabatta saranno riservate – senza alcuna deroga! – ai pochi metri quadri da percorrere tra l’ombrellone e il bagnasciuga, ovvero a bordo piscina.

In montagna, le uniche scarpe da considerare, oltre ai mocassini per il passeggio in paese o le serate in albergo, saranno gli scarponcini da trekking in pelle o pelle e tela che, sopra pesanti calzettoni (magari a rombi), assicureranno il massimo comfort nelle escursioni.

Le scarpe da ginnastica (cui gli attenti cultori delle effimere leggi della moda hanno da tempo attribuito il suggestivo e onnicomprensivo nome di sneackers) sono oggi largamente abusate (persino sotto abiti completi) da aspiranti originaloni, sedicenti “neo-eleganti” e amanti del comfort estremo, in nome di una praticità che nulla concede alla bellezza e al gusto. L’uomo di stile trarrà da tali discutibili pratiche le dovute conseguenze, ignorando completamente le scarpe in questione al di fuori delle specifiche attività sportive per le quali esse sono state ideate.

Se ci si lascia guidare dal faro del buon gusto, non vi è limite, in vacanza, al numero e al colore delle camicie da mettere in valigia. Molte saranno button-down in oxford leggero, lino irlandese, chambrai o popeline, di taglio piuttosto ampio e rigorosamente con maniche lunghe. Le uniche concessioni alla mezza manica riguarderanno le polo in cotone a nido d’ape e, senza esagerare, qualche classica “caprese” (con il collo morbido e senza pistagna) o qualche “hawaiana” a colori e fantasie vivaci. In montagna, invece, avrà il giusto risalto ogni specie di cotone quadrettato.

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Parte del guardaroba estivo di Douglas Fairbanks jr

L’uomo di stile nutre un’autentica venerazione per il cappello a tesa e, d’estate, sarebbe naturalmente propenso a indossare il Panama in ogni occasione consentita. Si tratta di un cappello che, per citare il mio carissimo amico Lorenzo Villa, “è metafora di una maniera di vivere e pensare”. Risalente al 1600 e definitivamente annoverato tra i grandi classici dell’abbigliamento maschile nel primo decennio del 1900, quando il presidente americano Theodore Roosevelt lo indossò in occasione dell’inaugurazione dell’omonimo canale, il Panama è il risultato dell’intreccio della toquilla, una paglia elastica ricavata dalla palma “carludovica palmata”. La sua lavorazione può richiedere fino ad alcuni mesi, per i modelli con trama più fine e leggera come il Montecristi, il che giustifica il limitato numero di esemplari in commercio e il conseguente costo assai elevato.

Anche per questo prestigioso complemento dell’abbigliamento elegante valgono talune avvertenze: si tratta di un capo da indossare con la massima disinvoltura, quando si è sicuri che ne vengano comprese non solo l’indiscutibile bellezza, ma anche l’appropriatezza rispetto al contesto e la coerenza con la mise e la peculiare sensibilità del proprietario. Purtroppo, sono sempre più rare le occasioni in cui è dato cogliere tali sforzi di comprensione, sicché l’uomo in Panama, avvistato per strada dalla solita folla di ignavi, rischia di scatenare irriverenti sberleffi piuttosto che sentimenti di soggiogata ammirazione.

Al mare o in campagna, chi voglia destare minori attenzioni potrà affidarsi, in modo del tutto adeguato, anche a cappelli in paglia di modesta fattura ma di indubitabile versatilità, ovvero a cappelli in cotone o lino, con tese abbassate, stile “pescatore”. Per i berretti tipo “baseball” e simili valgono le considerazioni svolte in precedenza per le sneackers, le camicie a mezze maniche e per tutti quei capi con i quali numerose specie d’uomini si limitano, con allegra incoscienza, a coprirsi.

In definitiva, un guardaroba è il frutto della lenta e accurata accumulazione di capi e accessori. Esso, poco a poco, grazie anche a un’attenta e sapiente selezione, finisce con l’essere il più fedele ritratto della personalità, del carattere e dello stile di un uomo. Gusto e conoscenza vi si trovano mirabilmente distillati. Anche il guardaroba per le vacanze risponde a questi principi fondamentali. Non solo la sua composizione e il suo assortimento, ma anche il concreto utilizzo dei capi che lo compongono saranno la misura di come l’uomo di stile, il vero uomo di stile, interpreta, secondo uno spartito unico e irripetibile, l’arte di vivere. In questo gioco (perché nient’altro che di un gioco si tratta…), equilibrio, sobrietà, armonia saranno le uniche regole cui sarà bene evitare di concedere troppe deroghe.

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(In questa pagina, vari figurini di Apparel Arts, risalenti alla metà degli anni ’30)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Livius Brooller
Livius Brooller
stilemaschile1@gmail.com

É lo pseudonimo di uno storico collaboratore di Stilemaschile, appas- sionato studioso dell’eleganza classica, amante del buon gusto e del gusto del buono, cultore dei piaceri legati all’immaginario virile, fumatore irriducibile di sigari e pipa, gourmet difficile a redimersi. Risiede a Roma, città dove «alterna l’indagine e la rima, opra in disparte, sorride, e meglio aspetta. E vive».

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