L’eleganza che (non) faceva ridere

La comicità è una delle forme di espressione più alte e difficili da spiegare. Mette in moto meccanismi psicologici, sociali, individuali e collettivi al contempo. I comici sono lo specchio del nostro quotidiano, interpreti del nostro vissuto. Una volta i comici erano uomini di stile mentre oggi sono privi di una qualsiasi forma di eleganza. Si è passati da comici in smoking a comici che si abbassano a fare i politici…

 

 

C’erano tempi meno sciatti di questi. Tempi in cui si cercava di sostenere qualsiasi forma anche instabile di coerenza. Tempi in cui una certa rigidità sociale, quando convenzioni e codici regolavano le rappresentazioni sociali e gli incontri privati, dava l’impressione ad ognuno di avere un posto, per quanto misero, all’interno della fabbrica umana. C’erano tempi in cui il cinema era uno specchio verosimile del reale, e il reale uno specchio distorto del cinema. In cui proiezione e mimesis erano i due meccanismi inconsci che guidavano la fruizione. In cui un vestito descriveva più di qualunque altra cosa il carattere di un personaggio e in cui la moda era spesso vista come una degenerazione della tradizione.
C’erano tempi in cui anche nella povertà la dignità doveva essere sostenuta come un vessillo.
Ce l’ha insegnato Chaplin, e il suo misero Charlot, con bastone e bombetta perennemente al suo fianco e sulla sua testa, uno dei personaggi iconograficamente immortali che, al di là delle sue peripezie comiche, è assurto per molto tempo a simbolo della povertà portata con classe. Di una condizione socialmente sfavorevole difesa con orgoglio. I pantaloni troppo corti, la giacca lisa, la camicia a pezzi erano simbolo dell’impossibilità di essere altro da sé: significavano al contempo la sua appartenenza al popolo e la sua voglia di riscatto.

Charlot come maschera ma anche come stile di vita: anche nella povertà la dignità è tutto
L’identità tra il vestito e il contenuto, ovvero il rapporto tra l’individuo (che spesso oggi è inesistente, eliso, soverchiato dalla griffe e dai ‘modelli’ – il gioco/confusione tra modello, chi porta, e il modello – ciò che è portato- è paradigmatico del rapporto moderno uomo-moda) e l’immagine del sé che ci appare dall’esterno, è andata in crisi con il sovvertimento, in seguito ad una feroce quanto infondata (almeno in molte sue parti e nella radicalità degli intenti) critica, degli obblighi sociali. E così che da quarant’anni a questa parte abbiamo assistito al dilagare del casual, dello sportwear, anche in ambienti sinonimo di upper class e di esclusività.
Uno iato che ha creato una confusione di ruoli, aspettative, in poche parole: ha inoculato nel tessuto sociale una strisciante crisi d’identità. Ancora: venendo a cadere l’autorevolezza di un modello da imitare e allo stesso tempo da mettere in ridicolo (l’aristocratico, il borghese, il professore), come Chaplin fa costantemente, si veda l’episodio del ricco-ubriacone in “Luci della città”, anche i comici si sono adeguati. E la comicità, intesa nell’accezione più alta, come spiegheremo tra breve, è s-caduta.
Come spiega Bergson nel suo saggio sulla comicità l’essenza della stessa sta nel meccanismo dell’imitazione. L’imitazione svela la meccanicità dell’essere umano, lo priva dell’identità e soprattutto dell’intenzione a compiere una azione. Più l’oggetto imitato è distante e più l’effetto sarà fragoroso (ancora Chaplin ne “Il grande dittatore”). Più, al contrario, l’oggetto è a noi vicino, maggiormente squalificante sarà il tipo di comicità, di umorismo che da universale passerà ad essere inutilmente particolare.
Prima, per intenderci, i grandi comici veicolavano una idea del mondo, una loro visione delle cose, che andava al di là della loro piccola avventura. Buster Keaton ci mostrava l’insensatezza della nostra vita, articolazione di una serie di movimenti-scatti, senza comprenderne il senso: come più volte citato da Carmelo Bene, in Keaton l’impossibilità di comprendere l’amore, per esempio, era più chiaro che in mille filosofi: faceva di tutto per conquistare l’amata, distruggeva cose e case, rischiava la vita e alla fine, quando l’oggetto desiderato era finalmente conquistato, cosa accadeva? Niente. Appunto. Anzi, più scontento di prima.

Un comico elegantissimo, Keaton, con ombrello e paglietta. Confrontarlo con gli straccioni che vediamo oggi al cinema ci muove a tristezza
Non è questa la sede per evidenziare la portata filosofica di alcuni comici, ma è proprio da questo punto che vorremmo partire.
La comicità è sempre stata l’arma per smontare le falsità sociali, per urlare che ‘il re è nudo’.
Con l’industrializzazione ai massimi livelli, nel ‘900, e la conseguente conquista del mondo da parte del cinema, la società si è fatta più complicata, stratificata e complessa, e la comicità con essa è diventa più popolare, anzi popolana, grassa. La comicità del quotidiano ha perso molto del suo carattere eversivo, svilita a pura consolazione. La comicità non deve mai essere consolatoria.
Di conseguenza, i comici hanno avuto una de-voluzione, in-voluzione: straccioni, malvestiti, anonimi come il più inutile dei pedoni.
Jacques Tati, un autore finissimo, ha reso il suo personaggio, monsieur Hulot, simbolo dell’uomo fuori tempo, che si trova davanti un mondo che non conosce più: l’evoluzione è così veloce che non riesce ad uniformarsi. E neanche vuole farlo, evidentemente. Da questo disagio prende vita ‘Playtime’: il lento e incuriosito vagabondaggio dell’uomo con cappello e ombrello, e il suo fidato impermeabile, che magrittianamente si aggira tra incontri fortuiti di vecchie conoscenze e accadimenti grotteschi e incidentali.

 

Classica figura dell’uomo di un tempo: cappello, farfallino, ombrello e impermeabile. Questo è Tati in Playtime

 

Con questo film Tati firma una delle critiche più feroci, in una forma leggera come una piuma, dell’industrializzazione e la consumizzazione della nostra in-civiltà. Lucido come il miglior Debord, per niente incline a facile indulgenza, colpisce la nostra era nel più profondo, evidenziando comportamenti grossolani e superficiali (l’architetto, i camerieri) di persone la cui entità è stritolata tra ingranaggi relazionali regolati da una codificazione nuova e imprecisa: da qui nascono gli equivoci e la ‘crisi’. Crisi: decisione, scelta. Sbagliata. Impermeabile alle mode, con il suo perenne impermeabile, appunto, Hulot è portatore di vecchi valori; nota che qualcosa intorno a lui non va, non gira nel modo giusto, ma imperterrito, e soprattutto incuriosito, continua ad aggirarsi stupefatto.
Perché lo stupore è lo stato d’animo di colui che abita la metropoli, come Hawthorne e Poe hanno più volte raccontato. Ma Hulot non cambia atteggiamento, non si trasforma, non si tras-muta in un cittadino nuovo. Rimane sempre lo stesso e come tale conserva il proprio approccio alle cose, la propria indole, e soprattutto il proprio soprabito.
Il suo vestito, quindi, rimane lo specchio fedele della sua propria indole, della sua persona: è lui stesso. Tati non è il primo caso, come abbiamo precedentemente avuto modo di vedere, di comico che possiamo definire ‘elegante’. Prendiamo Jerry Lewis.
Con il francese, il comico americano ha come pochi significato la realtà del consumo di massa, accentuata dal vivere negli Usa, dove tutto tende al mastodontico, al grandioso, tale da diventare smisurato, grottesco. ‘L’idolo delle donne’, in cui Lewis ricopre sia il ruolo di regista che quello di protagonista, si svolge in una enorme casa di bambole, realmente abitata da fanciulle. Un insieme variopinto e mostruoso, se intendiamo come entomologa vivisezione dei tipi femminini colti da quella lente d’ingrandimento che è l’occhio della macchina da presa.

Lewis in principe di galles. Un tempo anche per i comici vigeva lo stile e l’eleganza

Il personaggio Lewis, catapultato per una situazione ostile (la cattiva sorte è filo conduttore dell’opera comica di talento), in questo ostello di donne, si aggira spaventato con pantaloni a sigaretta, cardigan con le maniche tirate su, e t-shirt, o al massimo camicia bianca.
Un’essenzialità mondrian-esca, pittorica e geometrica, come geometriche sono le storie e le vicende in cui si trova a dibattere esausto e sterile. Lewis ha fin dal suo sodalizio con Martin avuto un occhio particolare per il suo abbigliamento di scena. Al contrario di altri comici, infatti, faceva il buffone, ma non si vestiva da tale, convinto che un gesto valesse più di mille trucchi. Unica eccezione Lewis la concedeva al vestito di pagliaccio da circo (‘Circo a tre piste’), da lui visto come nobile antenato del suo mestiere. Per tutte le altre occasioni, invece, è quasi sempre stato fedele al cardigan, preferibilmente rosso (anche ne ‘Il ciarlatano’), con maglietta nera o bianca sotto. E le maniche alzate, naturalmente, che mettono in risalto le mani, così come i perenni calzini bianchi sottolineano i movimenti dei piedi: i quattro punti cardini del movimento, gli arti, ingredienti fondamentale per l’effetto comico. Dopo Lewis, naturale evoluzione della comicità yiddish, arriva Allen, discendente diretto della tradizione yiddish, con una connotazione ‘intellettualistica’ (riflessiva) maggiore.

Nonostante quel che si pensi abitualmente, Allen è un uomo molto attento allo stile. Gli abiti suoi e di Diane Keaton (indimenticabile in gilet e cravatta da uomo) in ‘Io e Annie’ sono di Ralph Lauren
Al di là dei suoi modi di attuare e prima pensare un gag, quello che qui ci interessa è che Allen è forse l’ultimo personaggio completamente identificabile con un ‘abito’ ben preciso: pantaloni di velluto a coste larghe, ampio sulle gambe, camicia a quadri, giacca di velluto con o senza toppe. Unica variante un pullover con collo a V o a girocollo.
Allen è spesso vestito da Ralph Lauren (si vedano le bellissime giacche in tweed indossate in Io e Annie)
Allen è l’ultimo autore di cinema comico assurto a personaggio tout-court. Perché dagli anni ’70 in poi è stata costante una ‘casualizzazione’ dell’abbigliamento. Un processo che si è mosso in una direzione ben precisa: s-personalizzazione dell’individuo che si è spogliato della tradizione per assumere le vesti standardizzate dei cosiddetti stilisti dello street-wear (appunto, da strada). L’ascesa dell’uomo senza qualità di marcusiana memoria e la sua conseguente perdita dell’identità hanno definito un processo che a forza di contestazione ha finito per creare un enorme essere informe, superficiale e dis-gu(a)stato, che potremmo chiamare ‘massa casual’. ‘Sportiva’ sì, ma sempre massa.
La cosa simpatica, si fa per dire naturalmente, perché c’è poco da ridere, è che chi si veste e si vestiva in maniera consona alla nostra tradizione occidentale, ovvero vestito, cravatta, etc., veniva e viene spesso accusato di conformismo, come se quella orda di ragazzetti in jeans siano il trionfo dell’individualismo…
Per tutto questo, non sarà un caso che ci si vesta male, ci si comporti male ma soprattutto si rida peggio. Senza qualità, senza alcun intento specifico, senza un seppur minima riflessione sull’oggetto di cui ridere: noi stessi.

Alfredo de Giglio
alfredo de giglio
direttore@stilemaschile.it

20 anni di esperienza nella comunicazione, nel giornalismo e nel marketing. È stato capo Ufficio Stampa di multinazionali come Hilton International e Avis Autonoleggio; ha creato e sviluppato progetti di comunicazione per BAT, Manifatture Sigaro Toscano, Corpo Forestale dello Stato e molte altre aziende. In campo giornalistico, è stato Direttore Responsabile di alcuni magazine. Autore di numerosi articoli per testate nazionali su argomenti quali lifestyle, travel, cinema. Nel 2010 fonda Stilemaschile per dare a tutti gli uomini eleganti qualcosa da leggere, finalmente...

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