Stile, coerenza, dignità e rispetto

Elogio della sartoria come tempio e specchio dello Stilemaschile, attraverso l’esempio dotto di alcuni modelli d’eccezione. Cosa si cela in quelle stanza fatte di stoffe e artigianato, cosa si nasconde nei suoi frequentatori. E cosa apprezziamo noi di Stilemaschile?

 

Possiamo dividere gli uomini in tre categorie: quelli che preferiscono spendere il loro tempo tra palestre e spa, divisi tra pesi e cremine depilatorie, gli ingnavi, che si ammazzano davanti alla tv, e poi c’è chi invece coltiva un’idea di uomo come strumento da accordare in continuazione, perennemente in fieri.

Solo questi ultimi hanno capito che la strada non è semplificare e semplificarsi, ma rendere e rendersi più complessi, stratificati, labirintici.

Coloro, a cui ci rivolgiamo noi di Stilemaschile, amano di-vertirsi (etimologicamente di-vertere, fare altri dal consueto, cioè il lavoro) frequentando cigar club, librerie, cinema, auditorium. E sartorie.

Già perché la coltivazione di sé stessi, ovvero l’elevazione fisica e spirituale del proprio Io, deve interessare al contempo il dentro e il fuori, corpo e anima direbbe qualche romantico. E non c’è luogo più esoterico e misterioso di una sartoria.

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Primo, perché ne sono rimaste davvero poche, spiccioli quelle che raccolgono la lunga tradizione perpetuatasi perlopiù in alcune regioni come la Campania, l’Abruzzo e il Lazio, dove si sono affermati i più grandi. Poi perché la sartoria vive in una dimensione fuori dal mondo, nel suo anacronismo: è qui che l’uomo faber vive una delle sue ultimissime incarnazioni. Qui etica ed estetica sono unite dalla mano sapiente del sarto.

Etica del lavoro utile, non nel senso gratuito o pro bono, ma come necessario alla comunità in quanto un sarto copre (il corpo) ma disvela (l’essere) il suo cliente.

Estetica perché si modellano tessuti inermi dando loro la vita, sia in forma di giacca, una delle più alte e difficili espressioni dell’artigianato maschile, che di pantaloni o gilet o cappotti.

Dal taglio alla stiratura, dall’imbastitura alla cucitura dei bottoni, ogni fase compiuta dalle mani del sarto corrisponde ad un soffio in più di vita al capo, che prenderà definitivamente un’identità sua precipua una volta indossato dal cliente e portato a contatto con il mondo. Ma ancora non finisce qui, giacché una giacca, ad esempio, col passare degli anni cambia il suo aspetto, invecchia, ma preferirei dire si evolve con noi.

Uno dei guasti più nefasti di questa società è la politica dell’usa e getta. Sbagliato. In quanto uomini non possiamo vivere perennemente nel presente: primo perché non esiste, essendo inafferrabile, e poi perché noi siamo la somma dei nostri giorni, accumulo di sconfitte e vittorie. Quindi cosa c’è di meglio che circondarsi di capi o oggetti che hanno condiviso coi noi tante battaglie e ci aiutano a proiettarci in avanti?

Una cinta logora, una giacca imperfetta, una scarpa vissuta. La società del consumismo, o dello spettacolo come la chiamavano i ‘situazionisti’ francesi alla Guy Debord (attualissimi e per questo dimenticati), ci fa credere nelle mode che, per definizione, sono volatili e inconsistenti.

Dobbiamo uscire da questa logica. Pochi hanno la statura morale e culturale per farlo.

Un esempio su tutti, il principe Carlo d’Inghilterra. Tempo fa è stata pubblicata da qualche blog una sua foto con ai piedi delle scarpe francesine nere lise e rattoppate.

Lui stesso ebbe a dichiarare al Times come quelle fossero scarpe che gli erano state confezionate da John Lobb su misura (come da prassi, naturalmente): Indosso certe scarpe da 40, 45 anni e intendo farmi seppellire indossandole… Sono scarpe che costano, ma durano. Hanno bisogno di essere risuolate ma tutto ciò crea lavoro per chi fa certi mestieri. Invece di buttare via tutto, c’è un grande potenziale per un’economia basata sulle riparazioni. Vale per tutto, vale anche per l’abbigliamento. Io indosso ancora vestiti, giacche, che ho comprato nel 1969. Certo bisogna impegnarsi un po’ per mantenere una forma ancora in grado di entrarci, in quei vestiti. Ma ne vale la pena. Perché la cosa più importante è conservare una cultura, e la cultura ci arriva dalle comunità rurali, cresciute nel corso di migliaia di anni, in cui hanno formato i loro costumi, le loro abitudini, le loro tradizioni. La tragedia della nostra epoca è che, gettando via tutte quelle cose, perdiamo il contatto con la nostra identità più autentica. Il contatto con la natura”. 

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Noi di Stilemaschile sottoscriviamo tale dichiarazione e la rafforziamo anche un’altra frase di un altro gigante dell’eleganza mondiale, che con il Principe stimiamo per stile e coerenza, Ralph Lauren, che sul libro celebrativo dei suoi 40 anni di carriera scrive di essere affascinato da tutto quanto porti i segni di una storia. Per questo si fece fotografare per la copertina del Time con una camicia di jeans lisa e sfibrata o per altri giornali con un giubbotto logoro.

 

Tali esempi sono simboli da ponderare. C’è un bell’aggettivo, vissuto, che si applica all’abbigliamento. È bello perché racchiude una complessità di significati, come se al singolo capo si attribuisse una vita vera e propria. Il discorso è qui enunciato solo in nuce, e ben altro approfondimento meriterebbe. Andrebbero toccati temi quali la dignità personale, la comunicazione e l’espressione del proprio essere, l’inserirsi, ciascuno di noi, in un’evoluzione lunga e rizomatica del costume sociale, etc.

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Per il momento, terminiamo questo breve articolo chiarendo che tale ragionamento vale, appunto, quasi esclusivamente per capi fatti a mano da artigiani di talento perché lo stile è (quasi) eterno mentre la moda no. Se Carlo indossa vestiti di 30 anni fa è perché se c’è stata una evoluzione nel cosiddetto abbigliamento classico questa è minima. Guardate invece come è cambiata la cosiddetta moda negli ultimi lustri… E poi, va valorizzato l’intervento manuale, ovunque si manifesti, con il rispetto e la giusta conservazione di un manufatto.

Torniamo così a parlare di sartoria classica (la vogliamo rafforzare con questo aggettivo per farci comprendere meglio e per rimandare una autentica definizione di cos’è classico e cosa non lo è ad un prossimo articolo) e di come sia divenuta una delle ultime espressioni della cultura maschile, anch’essa in via di estinzione, tanto per cambiare, uno dei pochi templi rimasti in cui il nostro titolo, formato da 4 parole chiave a noi care, può trovare la migliore accoglienza possibile.

 

Quattro singoli termini che celano mondi ben più elevati e che concorrono tutti indistintamente a creare quello Stilemaschile che cercheremo di raccontare in queste pagine.

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Alfredo de Giglio
alfredo de giglio
direttore@stilemaschile.it

20 anni di esperienza nella comunicazione, nel giornalismo e nel marketing. È stato capo Ufficio Stampa di multinazionali come Hilton International e Avis Autonoleggio; ha creato e sviluppato progetti di comunicazione per BAT, Manifatture Sigaro Toscano, Corpo Forestale dello Stato e molte altre aziende. In campo giornalistico, è stato Direttore Responsabile di alcuni magazine. Autore di numerosi articoli per testate nazionali su argomenti quali lifestyle, travel, cinema. Nel 2010 fonda Stilemaschile per dare a tutti gli uomini eleganti qualcosa da leggere, finalmente...

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