Fu(m)mo

L’Autore, Gran Maestro del Cavalleresco Ordine delle Nove Porte, esprime da sempre il rammarico per il depauperamento che la cultura dell’uomo ha subito in questi ultimi decenni. In particolar modo, rivendic(hi)a(mo) la libertà di perpetuare, in piena coscienza, la passione per il fumo inteso come dimensione contemplativa e di piacere.

di Giancarlo Maresca 

granmaestro

Non c’è vera bellezza che non dia piacere, né vero piacere che non provenga da una qualche bellezza già nota o ce ne riveli una nuova. Se si resta nell’ambito di ciò che è vero, che non significa dimostrabile in un tribunale quanto sostenibile da un padre di fronte ad un figlio e viceversa, la bellezza ha dunque il potere di generare e il piacere quello di elevare. Poiché la bellezza è profusa dappertutto con generosità, appare doveroso difenderla e legittimo goderne.

Orbene, tra i piaceri che l’uomo può estrarre dalle cose buone e belle della natura, il fumo è tra i più semplici e grandi. E come tale, è un diritto. E’ infatti nella concordia tra felicità e ragione, nei varchi lasciati al godimento individuale attraverso la rete dei limiti sociali, che si gioca la partita dell’autentico progresso. La nostra Costituzione non è di questo avviso. Non ammette il principio binario alla base dell’Universo, prima che dello Stato, fondando quest’ultimo su un solo pilastro: il lavoro. Questa miopia etica e filosofica non è estranea a quella mancata identificazione tra italiani ed Italia che è sotto gli occhi di tutti. La Costituzione americana, meglio meditata, riconosce a chiare lettere il diritto alla felicità e così facendo attribuisce tutela non solo a quanto il paese faccia per se stesso e per i singoli ed a quanto i singoli siano tenuti a fare per la comunità, ma anche a quello che i singoli, senza ledere detti sistemi, facciano per se stessi. Siamo ben certi che la sofferenza di ciascuna ignota vittima dell’ingiustizia sia dell’umanità intera, ma allo stesso modo i momenti belli di un solo uomo arricchiscono tutti.

Ciò che chiamiamo ottimismo non è che la percezione di questo fenomeno, della forza espansiva del piacere. Civiltà significa qualità della vita e quindi libertà, termini troppo complessi perché un modesto fumatore possa approfondirne il pieno significato. Riesce però con facilità alle cose quello che non è mai completamente riuscito nemmeno alle menti ed alle penne più brillanti, cioè esprimere gli ingredienti primi del gusto di vivere e la dimensione cosmica che risiede in ogni piccolo piacere individuale. Il fumo, di nuovo lui, consegue questo risultato in ogni sua manifestazione. Lo si pratica, se ne parla, si raccolgono i suoi oggetti, ma esso dispiega la sua limpida eloquenza semplicemente producendo un’atmosfera dentro la quale gli uomini sentono di avere qualcosa in comune. Non simboleggia la pace, la evoca e la dona. Dal bar dove si tira tardi con sconosciuti alla vecchia poltrona dove ci piace restare soli per qualche ora, la compagnia del tabacco rasserena gli uomini. Se si tenesse conto dei vantaggi psichici con la stessa larghezza con cui si misurano i suoi danni fisici, il fumo vincerebbe ogni partita con molte reti di scarto. Il problema è che l’uomo moderno si sente costituito di pura fisicità e così si affanna ad inseguire un’eterna gioventù, piuttosto che impegnarsi a vivere da uomo. Tante situazioni e cose sono definite attraverso l’olfatto. L’odore dei soldi, il profumo della santità, il fiuto del detective e la puzza di bruciato che definisce la sensazione che qualcosa non vada. Il profumo del fumo è quello di un’armonia possibile. Temporanea, certo, ma non diversamente da tutto ciò che è umano. Molte antiche genti, prive di zelanti ministeri della sanità, usavano discutere e suggellare gli accordi fumando. Le nascite e molti eventi felici si celebrano tuttora con un sigaro e ciò che sta dietro questo successo secolare non è solo il sapore, ma quell’effetto che esso diffonde anche al di là del fumatore stesso. Approfitto dell’occasione per una  notazione tecnica. Il fumo che sale liberamente dalla brace è un ottimo indice della forza del tabacco. Per saggiarla, quando degustate un nuovo sigaro, dopo averne consumato il primo mezzo pollice sventolatelo sotto il naso, respirando normalmente. Il numero delle inspirazioni possibili prima di dover allontanare il sigaro sono la misura della sua potenza, un fattore interessante da tenere in conto nella valutazione e nella memoria.

 

Quello che per alcuni è la puzza dell’inferno, è per altri la prova di un’esistenza superiore. Non certo quella di Dio, sia chiaro, ma almeno quella dell’uomo come comunità capace di comunicare. Nella sua evanescenza, nella tendenza a salire, c’è una calma mistica. E’ vero, questi bei sentimenti possono sparire di fronte ad un mozzicone puzzolente, ma con i giusti accorgimenti ed un po’ di aerazione, anche una sala dove si è molto fumato non assumerà l’acre odore del fumo freddo e stagnante. Del resto, c’è molto di peggio. I deodoranti chimici che appestano taxi, ascensori ed ora anche abitazioni private, sono il punto più basso mai toccato nella storia del rapporto tra l’uomo e i suoi sensi. L’assalto di ananassi, cocchi, banane e pini sintetici, spesso spalleggiati da musica non richiesta, sono una forma di violenza ed alienazione che dovrebbe allarmarci molto più di un posacenere. Mio padre, quasi novantenne, ha smesso di fumare da molto tempo, ma fino a quando ero ragazzo fumava in auto, a tavola, insomma dappertutto ed io identificavo quel profumo con quello della famiglia. Anch’io fumo da sempre in casa, camere da letto escluse. Mio figlio, quando aveva dodici anni, accompagnò con questo biglietto l’accendino che mi donava per i miei  quarantotto: “Per far sì che fumi sempre sigari cubani. Con affetto, Giuseppe”. Dunque sin da piccolo i miei sigari non gli davano alcuna noia, anzi gli dicevano che lì c’era un papà. A circa diciannove anni ha cominciato a fumare con gusto, cosa che la mamma ed io abbiamo trovato naturale. Solo ultimamente mi sono reso conto che la cosa non è frequente come credevo. Le profezie dei santoni salutisti sono riuscite a gettare molti che si dicono fumatori fuori da casa, a fumare in terrazza come ragazzini che hanno paura di essere scoperti. La cultura è tradizione, consegna di valori. Se non si offre un esempio di serenità e naturalezza, il fumo viene emarginato proprio da quanti credono di valorizzarlo. Il tabacco non può essere studiato come un campione istologico o vissuto come il partner di un’occasione. Esso rivela i suoi segreti agli amici e l’amico è compagno di tutta una vita. Negli ultimi anni ho conosciuto troppi soci, se non presidenti di cigar club, che per fumare vanno fuori al balcone come cani. Che esempio danno ai loro figli, come padri e come fumatori? O forse sperano che i figli non fumino, il che rivelerebbe un approccio codardo e condizionato? Nessuno, in conclusione, può dirsi fumatore se rinnega il fumo vietandolo a se stesso ed agli altri. Il rispetto dei non fumatori è sacro, quello dei fumatori lo è altrettanto.
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Redazione
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