Carlo Michelstaedter: stile, fiamma, vita. (p.2)

Ci eravamo lasciati, la volta scorsa, con la domanda rettorica secondo Michelstaedter:  che cosa è la persuasione? In questo secondo appuntamento con il filosofo triestino del primo 900 andiamo a scoprirne di più.

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Punto fondamentale e asse dell’opus michelstaedteriano, la persuasione è l’assoluta sufficienza a se stesso dell’Io quale principio reale dell’individuo. Atto spirituale che è essenzialmente negazione delle correlazioni. Se L’Io pone in “altro” invece che in se stesso il principio del proprio consistere, condizionando la sua vita alle cose, alle relazioni, inchiodando il proprio essere al bisogno e alla dipendenza, non vi è persuasione ma morte del valore, deficienza, rettorica. La prospettiva è pericolosamente autarchica: valore è ciò che esiste per sé a nulla chiedendo il principio della propria vita.

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Processione di ombre. Il giovane filosofo ha lasciato un nutrito archivio di disegni e dipinti.

Con ciò, vengono ripresi nella sfera del non valore, dell’impermanenza e del dolore anche l’organismo corporeo  e il sistema della natura tutta che, con la splendida metafora del peso che pende, “e quanto pende dipende”, saziano la fame del più basso: “Il peso non può mai esser persuaso”. L’uomo si convince di essere perché continua, tenendosi fuori dalla pienezza del possesso attuale e proiettando la sua persuasione nel futuro, di cui si rende schiavo. In questo mondo brucia vanamente l’essere nel futuro invece di fare di se stesso fiamma e “consistere nell’ultimo presente”.

Quando non ho il presente ma lo cerco, lo desidero in quanto il futuro stesso è privazione del presente, un’ombra corre insieme a me che fuggo secondo una distanza immutabile che non riesco ad annullare facendomi “uno con le cose”, persuaso. Tale è la prostituizione del presente e il senso della vita quotidiana: quel che non deve essere. Michelstaedter invita allora a resistere e consistere in un fermezza che sa di vertigine, a non cedere alla vita che manca a sé, a non chiedere ma a stringere l’essere, a “non andare, ma a permanere”. Il tutto non si riduce però ad una evidenzia interiore, ad uno stoicismo sterile o ad un autosadismo che crede di arrestare, con un movimento cerebrale di resistenza e di rottura del flusso incoercibile delle cose, la vita che moriamo ogni giorno. Poiché è il mondo è la deficienza fatta cosa, il punto dell’assoluta persuasione cui assurge l’individuo ─ stanco di mentire a sé prima che agli altri ─ è responsabilità e consunzione cosmica. Solo in questo modo io non fuggo il mondo ma lo prendo su me e ne redimo il peso: “Tu non puoi dirti persuaso finché qualche cosa ancora sia, che non sia persuasa”. La persuasione ha la leggerezza della morte.

image001Carlo, a destra, con il fratello Gino (con cui era molto legato e che morì prematuramente, in riva all’Isonzo)

La persuasione e la rettorica è una tesi di laurea su questi due concetti in Platone e Aristotele, che si trasforma, davanti allo sguardo del lettore, in un testo inclassificabile. Giudizio di un processo che si chiama libertà, dove i due concetti appena citati assumono un significato altro, ultimativo. Salute e morte, essere e divenire, redenzione e dannazione. Due sono le vie e una sola porta con sé quella vita che eternamente muore nell’apparato di gesti, istituzioni e parole che occultano lo stile dell’autenticità. Quel che dona forza a questo schiaffo al moderno è una inimicizia feroce per ciò che alimenta il moderno stesso disciplinandone la crescita: il “dio del piacere”, quella “philopsichia” che ci ingabbia nella società attraverso le sue funzioni, i suoi compiti: “Quando tu hai messo insieme il tuo libro […] allora puoi andar a giuocare”. Le convenzioni, il possesso, il denaro, il successo, il futuro, l’amore… tutti nomi della malattia, piccoli espedienti per fuggire il dolore e grandi prove di viltà. E nell’immagine di un “coraggio dell’impossibile” che si vota alla distruzione per preservare l’essere che non muore, vogliamo ricordare (portare al cuore) quella rivolt(ell)a infranta contro la tempia, il tempo, il tempio. Declinazioni di un fallimento glorioso. Come un sole accecato che osiamo fissare. Vittime della buona menzogna: “Muore giovane chi è caro agli dei”.

 

Alessio de Giglio
Alessio de Giglio
alessiodegiglio@stilemaschile.it

Laureato in Filosofia e Storia della Filosofia. membro della Scuola Romana di Filosofia Politica, ricercatore della Fondazione Julius Evola e studioso dell’Avanguardia culturale del novecento europeo. Collabora con Edizioni Mediterranee e svolge attività di saggista e pubblicista su testate politologiche e siti online.

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